lunedì 21 settembre 2015

ODORE DI CURCUMA E TAJINE PER LE VIE DEL MIO PAESE




Oh Habibi, Ya Habibi, Yalla Yalla Habibi. Comincia così una delle canzoni più belle che si sentono vagando per le stradine lastricate del mio paese. Magari andando dal dottore, o a fare la spesa alla Puti’a. Parole accompagnate dal suono inconfondibile dello ‘Ūd orientale. Una musica lenta, cantilenante, melodie che si dilatano nel tempo, parole che si ripetono all’infinito. Una musica che sembra non finire mai.

Si sente spesso, tra le strade del mio paese, odore di oriente.
Tajine di pollo alla curcuma, cous cous alle verdure, felafel e Hummus, si mescolano ai più tradizionali sughi alla cipolla, peperoni arrostiti, melanzane al pomodoro. Cous cous al pomodoro.
Fragranze che si amalgamano così bene, insieme.
Ti fanno tornare indietro di secoli, per rivivere racconti dimenticati. Storie che attingono alla stessa radice comune, che io ho scoperto solo quando gli studi mi hanno portato in quella direzione.  

“Bisogna oramai ammettere che la nostra è una società multietnica. Il nostro paese, Maierato, è un paese multietnico! I nostri figli cresceranno in questa realtà e non in altre. I bambini si abituano facilmente al nuovo, sono aperti verso ciò che è altro da loro e sanno come meglio affrontare, il cambiamento. Il problema, semmai esiste, è solo nostro: siamo noi genitori che incontriamo le difficoltà. Siamo noi grandi che costruiamo i muri sempre più alti, tra noi e tutto ciò che rappresenta una minaccia, dimenticando spesso, che dentro quei muri ci chiudiamo prima di tutto i nostri figli”.Inizia un nuovo anno scolastico. La dirigente accoglie così i bambini nelle nuove classi, parola su, parola giù, poco importa. Il suo è un chiaro invito a considerare, o forse meglio dire riconsiderare, la nostra società, alla luce degli eventi che negli ultimi tempi stanno interessando un po’ tutta l’Europa, paese più, paese meno.

Settembre è anche mese di festa a Maierato. Per le strade ci sono le luminarie accese; i ragazzi continuano ad affollare il corso; le famiglie si ricongiungono ai parenti arrivati da lontano, proprio per l’occasione. Riapre la chiesa, i canti, le messe. La vita che qui e non altrove scorre lenta, il tempo che si dilata fino a sfiorare le prime luci, di quelli che saranno gli ultimi giorni d’estate. Un’estate incredibilmente calda. Il mare, incredibilmente calmo.
Le vie e le piazze si animano al suono della taranta. L’odore speziato e intenso delle salsicce cotte sulla brace, raggiunge anche le rughe (vie) e i vicoli più lontani, facendoti dimenticare la cena appena consumata, la dieta appena iniziata. È una voglia che non ti lascia finché non la soddisfi e poco importa se ieri sera l’hai già fatto, settembre è anche questo, la festa della Salsiccia.Passeggio con mio marito per le viuzze del paese, stretta al suo braccio mi abbandono alla piacevole sensazione del vento tiepido sulla pelle. Dopo giorni di caldo afoso, finalmente spira il grecale.

All’improvviso vengo distratta e allo stesso tempo attratta da un suono che conosco, sembra trasportato dal vento. Parole che fanno parte di un rituale ben preciso, una melodia a metà tra il canto e la recitazione. Cerco di seguirne l’intensità. Proviene dalla finestra spalancata di una casa sgarrupata.Volge verso oriente, lo riconosco subito: è il canto della Salat al Maghrib, la preghiera della sera. Tra i muri vecchi, scaldati dagli ultimi raggi di sole, riecheggia il Takbir, (Allahu Akbar, Allahu Akbar) seguito dai versi della prima surah del Corano, Al Fatiha, l’aprente. Per un attimo mi perdo nei pensieri. Dimentico ogni cosa e immagino di essere in un paese lontano. Immagino Aleppo. Il Minareto della grande moschea degli Omayyadi (al-Jāmi­’al-Umawiyyī). Ascolto la voce melodica del Muezzin che dall’alto del bellissimo minareto invita i fedeli alla preghiera della sera. L’altoparlante moderno propaga l’invito per tutta la città. In pochi istanti compio un viaggio di molti chilometri a sud-est. Non molti a pensarci bene, in fondo siamo così vicini da chiamarci spesso cugini. Probabilmente qualcuno, in quel preciso momento sta facendo il mio stesso viaggio, in senso inverso. Ci penso un po’, e mi rattristo. Il suo sarà un viaggio diverso, che va ben oltre l’immaginazione.

Dalla casa poi, qualcuno pronuncia i versi della Shahada, (professione di fede) e mi riporta nel presente. La preghiera è quasi terminata. Decido di assecondare quella preghiera, nel linguaggio che mi è più consono, nel mio personale gergo religioso, a volte incomprensibile perfino a me stessa. Prego e spero che il mare sia clemente, che il vento soffi altrove. Prego, più di ogni altro per quel Muezzin, perché le sue parole continuino ad echeggiare libere dall’alto del minareto della Grande Moschea di Aleppo, che scandiscano dall’alba al tramonto i momenti più importanti della giornata. Prego che sia presto. Molto presto, prima che si possa dire: esisteva una volta ad Aleppo. Esisteva una volta in Siria.

Siamo una società multietnica. La maestra questo lo sa. I nostri figli lo sapranno, a scuola impareranno. Siamo soprattutto una società di sopravvissuti. Chi più, chi meno. Ognuno di noi ha vissuto una guerra, sia essa personale, politica o sociale. Tutti senza distinzione alcuna siamo in cerca della stessa cosa, tutti vogliamo vivere nella Pace. Tutti. Proprio tutti.

Al Salam Alaykum ya Sadīqī. Al Salam Alaykum popoli erranti.

Smell of turmeric and Tajine waft through the streets of my little village.


Oh Habibi Ya Habibi Yalla Yalla Habibi. (Arabic words, a love song. My love, Oh My love, come on my Love)Thus begins one of the most beautiful songs that you can listen whilst wandering about the cobbled streets of my village. Maybe, while you are going to the doctor, or shopping at the “Putica” (in our dialect, it’s a very little shop). Words are accompanied by the unmistakable sound of the oriental 'Ud (a kind of mandolin). A music that plays very slowly, melodies that go over and over, words repeated again and again, endlessly.

You can often notice, through the streets of my village, a delicious eastern smell. Chicken tajine with turmeric, couscous with vegetables, falafel and hummus, mixed up with the more traditional sauce with onions, roasted peppers, eggplant with tomato sauce, and couscous with tomato.Fragrances that blend so well, together. They allow you to go back through the centuries, remembering forgotten tales. Stories that draw from the same common root, which I only discovered recently, when my studies led me to the wonderful middle eastern world.

“We must now admit that ours is a multi-ethnic society. Our town, Maierato, is a multi-ethnic town! Our children will grow up in this reality and not another. Children can easily get used to the new, they are open to what is different from them and know, how to best deal with change. The problem, if anything, is only ours. It is we parents who have the difficulties. Maybe it is us that build walls higher and higher, between us and all that is a threat?Often forgetting that inside those walls we imprison first of all, our children. "A new school year has begun. The manager of the school met the children in their new classrooms. She gave a clear invitation to consider, or perhaps rather reconsider, our society, and in particular to think about the events that happened recently , concerning Europe and our country.

September is also a celebration month in Maierato. On the streets you can see the beautiful festival lights; people walking down the avenue; families reunited with relatives that came home from abroad, just for the occasion. The oldest church reopen after many years of renovation. Songs, masses and life that flows slowly, here as nowhere else. Activities that go on thru the night, till the first light of the new day.  Days that will be the last of this summer. An Incredibly hot summer. The sea, incredibly quiet.Streets and squares come alive to the sound of the taranta (folk dance). The spicy, intense smell of sausages cooked on the grill, reaches also the farther ways, making you forget the dinner you just had, the new diet you just begun. It is a desire that does not leave you, until you satisfy it. And it does no matter if you did it last night, you could never stop. September is also this: the Calabrian sausage feast.

Walking with my husband through the narrow streets of the village, close on his arm, I surrender myself to the pleasant feeling of the warm wind on my skin. After days of sweltering heat, finally the north-east wind blows.Suddenly I am distracted and, at the same time attracted by a sound I know very well, it seems carried by the wind. Words, that are part of a specific ritual, a melody that units the singing and the acting. I tried to follow this intensity. It comes from an open window of a crumbling house. It turns to the east.Suddenly I realize: it is the chant of the Salat al Maghrib, the evening Muslim prayer. Among the old walls, warmed by the last rays of sun, echoes the Takbir (Allahu Akbar, Allahu Akbar) followed by the verses of the first surah of the Qur'an, Al Fatiha, the opening up.

For a moment I am lost in thoughts. I forget everything and I imagine I am in a distant country. I imagine Aleppo, and the minaret of the great Umayyad mosque (al-Jāmi' al-Umawiyyī). Listening to the melodic voice of the Muezzin coming from the beautiful minaret, inviting the faithful to evening prayer.  Through the modern loudspeaker his voice reaches the entire city. In a moments I make a trip of several kilometres to the southeast. Not far, indeed. After all we are so close to be often called cousins. Probably, someone in this same moment is doing the same trip of mine, but in reverse. Thinking on this, I became a little sad. It will be a different trip, which goes far beyond my imagination.

From the house then, someone recite the lines of the Shahada (profession of Muslim faith) and brings me back into the present. Prayer is almost finished. I decide to go along with that prayer, but in the language that suit me best, in my personal religious jargon, that really, I admit, is sometimes incomprehensible even to myself. I pray and hope that the sea is peaceful, that the wind would blow elsewhere. I pray, above all for that muezzin, because his words continue to echo free, safe and well, from the minaret of the Great Mosque of Aleppo, and that his words could be heard from sunrise to sunset at the most important moments of the day.

I pray that it will be soon. Very soon. And all of us could say, “there was a time in Aleppo. There was a time in Syria”.

We are a multi-ethnic society. The teacher knows that. Our children will know it, they will learn it at school. We are first of all a society of survivors. Each of us has lived a war, it does no matter if  a personal, political or social one. All of us, without distinction of any kind, are looking for the same thing. All of us want to live in peace. All. Everyone, without exception. 

In my own thought I’d like to say: Al Salam Alaykum Ya Sadiqi. Al Salam Alaykum wandering peoples.

!سلام عليكم يا صديقي 

Marialuisa Griffo



mercoledì 16 settembre 2015

NONNO GIULIO'S TOMATOES SALAD






In summer, when I was a little girl, I often had lunch with my granddad Giulio. Quick lunches and, as we say nowadays: fresh and dietary. Almost always they were made with tomatoes and onions, sometimes with potatoes and fresh beans, hardly ever with meat and ravioli.
Granddad cut the tomatoes by making them jump happily on his left hand and, he swung them (made them turn) on his palm, like a dance that I ever could not imitate.  

He seemed to contemplate them gently, observing their shape and colour  and, at the same time, the best part, and the most suitable one to decorate.  In his right hand, between thumb and forefinger, he held his Swiss box cutter with a very sharp blade, almost worn away by the constant rubbing against the Belgian blue stone that was as important as the knife, if not more. It was precious and fundamental from the far, difficult years of my Granddaddy’s Moroccan prison. Days in which there was nothing but hunger and thirst, to sharpen

From Nonno’s words
"Sometimes we hid in our pocket, one of the potatoes that we were digging for the boss. The first of many supervisors was a Frenchman. For lunch, he often gave us only a kilo of bread, to be divided between twelve. When you got it in you hands, you were almost crying as it was so little . Once, on the way to the prison camp, there were a couple of women covered from head to toe, they gave us to drink some milk for only a penny (soldo). I drank it in one breath. It was so sweet and so strange. I was afraid it was poisoned, I was afraid I would die. It was even said in the prison camp that the supervisors wanted to poison us. They often said to us that was better if we don’t take food from them, but the truth was they wanted to let us die of hunger. It was donkey’s milk the women gave us, sweet as nature, but I did not know that, I was scared by the bosses’ words, I did not drink it again. "

Granddad began to cut the slices of tomato, with extremely precision. All the tomatoes were treated by his big and gnarled hands. Hands,  disproportionate to the rest of his body. Hands that were digging every day, into the earth of the vineyard and garden. And, palms which he rubbed on his hoe, from sunrise to sunset. Hands, which before had tried to change their destiny in the lime and cement of the new overseas Buildings.

Nonno’s Words again
"Very big and high buildings. Skyscrapers, so tall, with so many floor...  working there we were of all races, none of us spoke the same language, but, you know, work speaks the same words in all the world. All the days working hard, as a labourer and at night I counted the money to send home, to your grandma. She would have bought the land on which we now live, and she will have brought up the three children we had had”.

The story of my granddad was charming and always began in the same way, but getting enriched day by day, with new details. It went through the years until it reached  the present day, in the farmhouse with the pergola and gebbia. The gebbia is like a big swimming pool were animals can drink the water during the day, and where people can draw water for the garden and the cows on the fertile land, black and thin, bought with income from the American buildings. While Granddaddy was telling his story, it was time to take another tomato from the bowl, always choosing carefully, first with the eyes, then with the great gnarled hands. Gestures always precise, cuts always perfect.

To make a tomato salad my grandfather would take a century, if we omit the time for the selection of the same tomatoes on the plants.  But it was time to give to those tomatoes, his respect and his gratitude for having arrived on his table to feed him. Feeding for granddaddy was a daily ritual, because he knew, better than anyone, that it wasn’t so simple. When he finished slicing the tomatoes, it was time to put in the onion: tears streaming down my face, but not his, which were as dry as the desert that once had taught him, that you must come to terms with injustice and misery, when you are young, if you want to go along way in your life.

Then it was the time for the spices. A little chilli because sometimes the heart needs a  small boost to beat better.  Then oregano and salt, enough to make the meal, anything but bland. And oil, a lot of oil. And a good one, from olive trees out of grandmother’s olive parks. Because the motor travels better if you drive it slowly. And then there was the grandmother who quietly listens and snorts, about a story overcooked, annealed and accommodated on the table, again, again tomorrow.

"And the old memory ate the new". (It’s a way that my Nonno had to say that the old memory is more clear than the recent one, that in Italian sounds like this: La memoria vecchia si mangiò la nova).

Thanks to my Friend Val Smart, always helping me with Translations.


martedì 8 settembre 2015

L'INSALATA DI POMODORI DI NONNO GIULIO



D’estate, da bambina, spesso pranzavo con mio nonno. Erano pranzi veloci, come si direbbe adesso: freschi e dietetici. Quasi sempre fatti di pomodori e cipolla, ogni tanto patate e fagioli, quasi mai carne e ravioli.

Il nonno tagliava i pomodori facendoli saltare allegramente sulla mano sinistra, li faceva ruotare sul palmo della mano, in una danza che mai sono riuscita ad imitare. Sembrava contemplarli delicatamente, osservandone la precisione e allo stesso tempo, come per trovare il punto migliore, il più adatto, per l’incisione. Nella destra, tra pollice e indice, teneva il suo coltellino svizzero dalla lama molto affilata, quasi esausta per i continui sfregamenti sulla pietra blu del Belgio, che per il nonno era importante almeno quanto lo stesso coltello, se non di più. Strumenti preziosi e fondamentali in quei difficili anni di prigionia marocchina; giorni in cui da affilare non c’era altro che la fame e la sete.
   
“ Qualche volta nascondevamo in tasca una patata di quelle che scavavamo per il padrone, il primo dei tanti era un francese, ci dava un chilo di pane da dividere in dodici, quando ti arrivava in mano ti veniva quasi da piangere per quanto era poco. Una volta, lungo la strada, delle donne coperte dalla testa ai piedi, ci hanno dato da bere del latte per un soldo. Lo bevvi tutto di un fiato. Era dolce, temevo fosse avvelenato, ho avuto davvero paura di morire. Si diceva anche questo nel campo, che i marocchini ci volessero avvelenare. Lo dicevano per non farci prendere cibo da loro, per farci morire meglio di fame. Era latte d’asina, poi seppi, dolce per natura. Ma io allora non conoscevo altro sapore che quello del latte delle mucche al pascolo sulla piana della mia terra lontana. Quello d'asina non lo bevvi mai più”.


Dopo l’ultimo ballo il nonno iniziava a tagliare le fettine di pomodoro, precise, tutte uguali fino all’ultima, fin quando il pomodoro si consumava nelle sue mani grandi e nodose. Mani sproporzionate al resto del corpo, mani che affondavano nella terra della vigna e dell’orto, che sfregavano i palmi sul manico della zappa, dall’alba al tramonto, che prima ancora, dopo la guerra, avevano cercato di cambiare il loro destino nella calce e nel cemento dei nuovi Buildings oltreoceano. 

“Palazzi grandi. Grattaceli, alti sapessi quanti piani… li a lavorare eravamo di tutte le razze, tutto il giorno a fare il manovale. La sera poi a contare i soldi da mandare a casa, a tua nonna per comprare la terra, e per campare, che già c’erano tre figli”. 

Il racconto del nonno era affascinante e cominciava sempre allo stesso modo, ma si arricchiva ogni giorno di nuovi particolari. Giungeva fino ai giorni nostri, in quella cascina con la pergola e la gebbia per l’orto e le mucche, su quella terra fertile, nera e sottile comprata con i buldings americani. Era il momento di prendere un altro pomodoro dalla ciotola, scegliendolo sempre con accuratezza, prima con gli occhi e poi con le grandi mani nodose. I gesti sempre precisi i tagli sempre netti: per fare un’insalata di pomodori mio nonno ci metteva un secolo, se tralasciamo il tempo della scelta degli stessi pomodori sulla pianta. Ma era il tempo necessario per dedicare a quei pomodori tutto il suo rispetto e la sua riconoscenza per essere arrivati sulla sua tavola e averlo sfamato. Consumare quel cibo quotidiano era un rito, che lui, meglio di chiunque altro, sapeva non essere, dopo tutto tanto scontato.


Finiti i pomodori era il momento della cipolla, le lacrime solcavano il mio viso, ma non il suo, arido come quel deserto che un tempo gli aveva insegnato che con le ingiustizie e la miseria bisogna farci i conti da giovani se da grandi si vuole arrivare lontano. Un poco di peperoncino perché il cuore ogni tanto ha bisogno di una piccola spinta per battere meglio, olio, origano, sale, quanto basta a rendere tutto meno insipido. E olio, tanto, e buono degli uliveti della nonna, che il motore viaggia meglio se lo si accompagna lentamente. La nonna che in silenzio ascolta e sbuffa, di un racconto scotto, ricotto e accomodato in tavola, ancora una volta, ancora domani. 

“E fu così che la memoria vecchia si mangiò la nova”.




lunedì 7 settembre 2015

ANDARE, RESTARE


C'è chi va via di corsa, quasi scappa, quando tutto sembra stringerti, morderti alla gola, soffocarti; c'è chi va in cerca di orizzonti lontani, sconosciuti, luoghi da esplorare, avventure da raccontare, successi da poter un giorno annoverare tra le pagine della vita; 
E spesso c'è chi rimane, chi guarda avanti restando fermo, chi riesce a trovare il nuovo dove è sempre stato il vecchio.
Chi, fissando l'orizzonte davanti a se, pensa che dopotutto, Restare...non è poi così male.
Tutti gli altri prima o poi un giorno tornano, perché luoghi come questo, rimangono impressi nella memoria, per sempre!